Chi parla come mangia parla meglio

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Vi è mai capitato di incontrare qualcuno che vi dicesse che la location del meeting per la mission è nella sala riunioni del boss, che volevano parlarvi face to face o che erano stati a un party dove il dress code era casual?

Io vi auguro con il cuore di no ma, sfortunatamente, di italiani che usano termini stranieri a caso (e soprattutto anglicismi) n’è pieno il paese.

Ovvio, non si sta parlando di parole utili e intraducibili, che ormai sono giunte nel nostro quotidiano e che servono a semplificare la comunicazione (come tram, computerkitsch e via dicendo), ma di tutta quella sfilza di termini che noi usiamo un po’ per sembrare più fighi, un po’ per sentito dire. (Vedi ultima immagine)

Ma come mai noi italiani siamo così propensi a questi forestierismi? Come mai ci ostiniamo a voler utilizzare termini stranieri che potremmo benissimo tradurre in italiano?

Oltre al fatto che queste parole suonano più esotiche (e se mi dite che non le avete mai usate almeno una volta solo per questo motivo, state mentendo), si può porre alla base della questione il concetto di frammentazione nazionale affrontato nel precedente articolo.
Il fatto di parlare diversi dialetti, di aver “fatto l’Italia” frettolosamente, uniti a squilibri economici e culturali, hanno portato a rafforzare il nostro senso di appartenenza regionale, trascurando quello nazionale. La mancanza di identità collettiva e di conoscenza storica da parte degli italiani sono, ancora oggi, i principali problemi del nostro paese, che portano a un sentimento di amore/odio per la nostra nazione e per la nostra lingua.

Ma non finisce qui. Stando a Claudio Marazzini, linguista, storico e Presidente dell’Accademia della Crusca, c’è un altro fattore assolutamente non trascurabile che spesso ci spinge ad abbracciare termini stranieri: la questione del fascismo e dell’Accademia d’Italia.

“Un linguista italiano che si senta per qualche motivo propenso alla condanna di un forestierismo non potrà al tempo stesso far a meno di esitare, perché sa che il precedente non può essere dimenticato. Non è un precedente piacevole. Non è sufficiente consolazione ricordare che molte sostituzioni imposte dall’Accademia d’Italia nulla hanno di ridicolo e anzi si sono perfettamente acclimatate nella lingua d’oggi, mentre al contrario talora è sparito il termine esotico.”

La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi,
C. Marazzini e A. Petralli, Accademia della Crusca, 2015

Se da una parte Marazzini ci porta a non aver paura di rifiutare termini stranieri, dall’altra egli rifiuta anche coloro che rivendicano l’italiano senza farne un uso cosciente, partecipato, nazionalpopolare, ma solo per riportarla ad essere una lingua elitaria e usata da pochi acculturati.

Insomma, diventare estremisti, in ogni caso, non è la soluzione.
E quindi? Come sempre, la virtù sta nel mezzo: con la petizione Un intervento per la lingua italiana (#dilloinitaliano) la pubblicitaria Annamaria Testa ha lanciato una campagna volta a ridurre l’uso arbitrario e frequente dei termini inglesi (detti itanglese), soprattutto in ambito pubblicitario, burocratico e aziendale. Queste sono le sue otto motivazioni:

  1. Adoperare parole italiane aiuta a farsi capire da tutti. Rende i discorsi più chiari ed efficaci. È un fatto di trasparenza e di democrazia.
  2. Per il buon uso della lingua, esempi autorevoli e buone pratiche quotidiane sono più efficaci di qualsiasi prescrizione.
  3. La nostra lingua è un valore. Studiata e amata nel mondo, è un potente strumento di promozione del nostro paese.
  4. Essere bilingui è un vantaggio. Ma non significa infarcire di termini inglesi un discorso italiano, o viceversa. In un paese che parla poco le lingue straniere questa non è la soluzione, ma è parte del problema.
  5. In itanglese è facile usare termini in modo goffo o scorretto, o a sproposito. O sbagliare nel pronunciarli. Chi parla come mangia parla meglio.
  6. Da Dante a Galileo, da Leopardi a Fellini: la lingua italiana è la specifica forma in cui si articolano il nostro pensiero e la nostra creatività.
  7. Se il nostro tessuto linguistico è robusto, tutelato e condiviso, quando serve può essere arricchito, e non lacerato, anche dall’inserzione di utili o evocativi termini non italiani.
  8. L’italiano siamo tutti noi: gli italiani, forti della nostra identità, consapevoli delle nostre radici, aperti verso il mondo.

Gli italiani devono iniziare a scrivere in italiano, a parlare in italiano, ad amare l’italiano; perché comunicare nella propria lingua non sembri banale o speciale, ma semplicemente naturale.

Giulia

 

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